Birra artigianale: è sempre sinonimo di qualità?

Quando scegliamo una birra, spesso iniziamo a berla molto prima di averla assaggiata. La scegliamo con gli occhi, leggendo un’etichetta, guardando una confezione, riconoscendo un marchio o lasciandoci convincere dalla storia che il produttore ha deciso di raccontarci. Una grafica curata, la parola “artigianale”, un riferimento a ingredienti selezionati, a produzioni sostenibili o a lavorazioni tradizionali possono trasmetterci immediatamente una sensazione di autenticità e qualità.

Il problema è che tutte queste cose possono raccontarci molto del prodotto, ma non necessariamente dirci quanto quel prodotto sia buono.

Negli ultimi anni la parola “artigianale” è diventata quasi sinonimo di qualità. Una piccola produzione viene facilmente associata a maggiore attenzione, ingredienti migliori e maggiore cura, mentre una grande azienda viene percepita come qualcosa di più standardizzato e industriale. Ma se vogliamo davvero diventare dei bevitori critici, dobbiamo iniziare proprio da qui: mettere in discussione l’idea che le dimensioni del produttore, il prezzo o la storia raccontata sull’etichetta siano sufficienti per stabilire la qualità di una birra.


Il marketing non è la birra

Il marketing non è necessariamente una cosa negativa. Serve a raccontare un prodotto, a renderlo riconoscibile e a spiegare al consumatore perché dovrebbe sceglierlo. Il problema nasce quando ciò che viene raccontato finisce per sostituire ciò che abbiamo realmente nel bicchiere.

Una birra può essere presentata come naturale, autentica, innovativa o prodotta con ingredienti straordinari e poi rivelarsi mediocre. Allo stesso modo, una birra prodotta da un’azienda enorme, con un’immagine tutt’altro che “artigianale”, può essere tecnicamente impeccabile.

Per questo marketing e qualità della birra sono due cose diverse. Il primo racconta il prodotto; la seconda, alla fine, dobbiamo trovarla nel bicchiere.

E proprio qui comincia il lavoro del Bevitore Critico: non smettere di ascoltare quello che il produttore racconta, ma imparare a non prenderlo automaticamente come una prova della qualità.


    Gli ingredienti contano. Ma non basta comprarli.

    Uno dei modi più semplici per comunicare qualità è parlare delle materie prime. Luppoli americani, malti provenienti da maltifici prestigiosi, cereali selezionati, ingredienti locali o particolari varietà di lievito: tutto questo può essere interessante, ma nessun ingrediente, preso da solo, garantisce una buona birra.

    Anche qui è facile cadere nella trappola del marketing. Una birra con quattro varietà di luppolo non è necessariamente migliore di una prodotta con una sola varietà, così come una birra con una lunga lista di ingredienti non è automaticamente più complessa o interessante. Il numero di ingredienti, il loro prezzo o la loro provenienza raccontano soltanto una parte della storia.

    Prendiamo alcuni esempi che incontriamo ogni giorno sugli scaffali: il “malto pugliese”, la “lavorazione grezza”, i “tre o quattro luppoli”, i cristalli di sale aggiunti alla birra. Sono elementi che possono avere un significato reale all’interno di una ricetta o di un processo produttivo, ma che possono anche diventare semplicemente strumenti per costruire una narrazione intorno al prodotto. Il consumatore dovrebbe quindi chiedersi non soltanto cosa è stato utilizzato, ma perché è stato utilizzato e quale risultato ha prodotto nel bicchiere.

    La scelta delle materie prime è fondamentale, ma la competenza sta nel saperle scegliere e utilizzare. Un buon birraio non sceglie necessariamente il malto più costoso o il luppolo più famoso: cerca quello più adatto alla birra che vuole produrre e al proprio impianto. Deve conoscere le caratteristiche del malto, dal potere diastatico al contenuto proteico e all’estratto, così come deve saper valutare un luppolo in base alla varietà, agli alfa acidi, agli oli essenziali e alla freschezza.

    In altre parole, non sono il prezzo o la quantità delle materie prime a determinare la qualità della birra, ma la capacità di trasformarle nel risultato desiderato.


    La vera sfida è rifarlo

    A questo punto arriva una questione ancora più importante, e forse meno affascinante da raccontare: la costanza.

    Fare una buona birra una volta può essere relativamente semplice. Fare la stessa buona birra dieci, cento o mille volte è un altro problema. Le materie prime cambiano da un raccolto all’altro e da un lotto all’altro, l’acqua può richiedere correzioni, il lievito può comportarsi in modo diverso e anche la tipologia di impianto può influenzare enormemente il risultato.

    La competenza di un birraio non consiste quindi soltanto nel conoscere gli ingredienti, ma anche nel saper adattare il processo alle loro variazioni. È questa capacità che permette di mantenere il prodotto coerente nel tempo.

    Ed è proprio su questo terreno che la grande industria ha sviluppato strumenti estremamente sofisticati. Gli impianti industriali, i sistemi di controllo e le tecnologie di stabilizzazione permettono di produrre grandi quantità di birra mantenendo caratteristiche molto simili, facendo viaggiare il prodotto per settimane o mesi e cercando di garantire al consumatore un risultato il più possibile prevedibile.

    Filtrazione, pastorizzazione e altre tecniche di stabilizzazione non sono quindi semplicemente sinonimi di “cattiva birra”. Sono strumenti tecnologici che rispondono a esigenze precise: aumentare la stabilità microbiologica e fisico-chimica, prolungare la conservazione e mantenere il prodotto costante nel tempo. Naturalmente, come ogni scelta produttiva, possono avere conseguenze sulle caratteristiche sensoriali della birra e devono essere utilizzati in funzione del risultato che si vuole ottenere.

    Ed è qui che le due filosofie produttive possono divergere.

    Una birra pensata per essere stabile per molti mesi e trasportata per migliaia di chilometri ha esigenze diverse da una birra destinata a essere bevuta fresca, magari poche settimane dopo essere stata confezionata. Ridurre alcuni interventi può permettere di preservare maggiormente determinate caratteristiche aromatiche e gustative, ma significa anche accettare una maggiore sensibilità a tempo, temperatura, luce e ossigeno.

    Per questo una birra meno standardizzata non è necessariamente una birra peggiore. Può essere semplicemente una birra costruita intorno a un compromesso diverso: meno stabilità e più espressione, meno durata e maggiore attenzione alla freschezza.

    Il punto è che nessuna delle due strade può essere giudicata soltanto sulla base dell’etichetta. Bisogna capire quale risultato il produttore voleva ottenere e quanto bene è riuscito a raggiungerlo.


    Quindi, la birra artigianale è sempre migliore?

    No. E forse questa è proprio la risposta più importante che possiamo dare.

    Una birra artigianale non diventa automaticamente migliore perché viene prodotta in un piccolo birrificio, perché utilizza un luppolo costoso, perché contiene molti ingredienti o perché rifiuta determinate tecnologie. Allo stesso modo, una birra industriale non diventa automaticamente migliore perché è stabile, precisa e identica ogni volta che la beviamo.

    La qualità nasce dall’insieme delle scelte.

    Nasce dalla capacità di scegliere le materie prime giuste per quello specifico prodotto, di conoscerne le caratteristiche, di adattare il processo alle loro variazioni, di controllare la fermentazione e la maturazione e di decidere quali tecnologie utilizzare, e quali invece evitare, in funzione del risultato finale.

    Alla fine, quindi, il vero elemento che accomuna una buona birra, indipendentemente da chi l’ha prodotta, è la competenza a 360 gradi nel mondo della birra.

    Una grande industria può dimostrare una capacità straordinaria nel controllo del processo e nella costanza del prodotto. Un piccolo birrificio può utilizzare la propria dimensione per lavorare su freschezza, espressività e interpretazione. Entrambi possono produrre una birra eccellente e, allo stesso tempo, entrambi possono produrre una birra mediocre. La dimensione del produttore ci racconta qualcosa, ma non ci dà la risposta.

    Ed è proprio questo il punto da cui dovrebbe partire un Bevitore Critico: smettere di decidere cosa aspettarsi da una birra prima ancora di averla assaggiata.
    Il prezzo, l’etichetta, la storia del birrificio, la parola “artigianale”, il numero di luppoli o la fama del produttore possono essere informazioni interessanti. Ma sono soltanto informazioni. La domanda finale dovrebbe essere sempre la stessa: cosa c’è davvero nel bicchiere e quanto bene è stato fatto?

    Per scoprirlo bisogna assaggiare, confrontare, conoscere e, soprattutto, imparare a mettere in discussione le proprie convinzioni.

    Perché forse il vero “Santo Graal” della birra non è trovare una volta per tutte il birrificio migliore, il luppolo migliore o la birra migliore in assoluto. È imparare a riconoscere quella che, in quel momento, è davvero la birra che vogliamo bere.

    E alla fine, anche questa è una questione di fortuna: poter scegliere.

    Se anche tu pensi di essere fortunato a poter scegliere, passa dal nostro shop e prova una delle nostre birre. Magari non sarà quella che ti aspettavi, magari sarà proprio quella che cercavi. In ogni caso, sarà fatta con materie prime, competenza e la voglia di fare birra che ci contraddistingue.

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