Gli IBU ed il grado d’amaro della birra

Cosa sono gli IBU e perché si riferiscono al grado d’amaro della birra.

Gli ingredienti che servono per produrre la birra sono basicamente 4: acqua, malto, luppolo e lievito. In questa sede oggi ci addentreremo nello studio del luppolo per capirne le sue proprietà e cosa dona alla birra, in primis la sua funzione principale: l’amaro e la conservazione.

 

 


Innanzitutto: cos’è il luppolo

Il luppolo) è una pianta rampicante perenne della famiglia delle Cannabaceae (sì, la marjuana), famosa soprattutto per le sue infiorescenze femminili utilizzate nella produzione della birra. I coni contengono la luppolina, una polvere resinosa che conferisce alla birra il tipico sapore amaro, aromi caratteristici e funge da conservante naturale. Quindi, sostanzialmente una pianta, i cui fiori vengono raccolti attorno a fine agosto e poi essiccati. Diciamo che è un po’ la versione birraia della vendemmia.

Una volta essiccati, i cosiddetti coni del luppolo, possono essere macinati e trasformati in pallets o tenuti in coni per essere usati nella produzione del mosto della birra.

Nella birra artigianale si utilizza, come spiegato sopra, generalmente, il luppolo in fiore o in pellets, mentre l’industria, per aumentare le rese di produzione del mosto, usa l’estratto.
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A cosa serve il luppolo nella birra?

Fin dall’antichità si usavano una sorta di miscuglio di erbe e bacche per conservare la bevanda e questo donava alla bevanda anche un sapore amarognolo. Con il passare dei secoli questo miscuglio si è trasformato nell’utilizzo di una pianta più adatta, ovvero il luppolo.

Infatti, la luppolina, contiene al suo interno delle resine che sono responsabili dell’azione batteriostatica, ovvero che inibisce, blocca, la crescita di molte famiglie di batteri. Quindi il luppolo, non sanifica, non uccide i batteri, ma rallenta o crea maggiori difficoltà nella crescita di microrganismi all’interno della birra, prevenendone la sua acidificazione.

E quindi l’amaro?

La luppolina, come anticipato, contiene resine, che sono sostanzialmente dei composti fenolici ed al suo interno sono compresi gli alfa-acidi. Questi, durante la fase di bollitura del mosto, si dice che “isomerizzano” ovvero, con il calore, si altera la sua struttura e l’amaro diventa percepibile.
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Perché si usa ancora il luppolo al giorno d’oggi

Va bene, direte voi, ma perché la birra dev’essere amara? Non esiste un solo tipo di birra ma ci sono tanti stili, ognuno con il suo grado d’amaro, si va da quella dolce a quella estremamente amara, per intenderci dallo stile belga dubbel, come la nostra Casanova, alla Double ipa, la nostra Mobster, perciò il luppolo so continua Ad usare perché aiuta nella conservazione naturale della birra, per non renderla stucchevole in quanto il grado zuccherino a fine fermentazione potrebbe rendere eccessivamente dolce la birra, e quindi il grado d’amaro va a bilanciare questa dolcezza, ma anche per l’aroma, ma qui sarà nostra cura produrre un altro blog a l riguardo.
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Cosa sono gli IBU e perche si riferiscono al grado d’amaro della birra

A questo punto, come capire se una birra è più o meno amara? Si dovrebbe guardare alla quantità di IBU scritti in etichetta o sul sito del rivenditore. Gli ibu, sono una unità di misura che indica la concentrazione in milligrammi di iso alfa acidi contenuti in 1 lt di birra finita.

Più ibu ci sono più iso alfa acidi sono presenti nella birra, più teoricamente la birra sarà amara. Scrivo teoricamente in quanto una birra da 80 IBU potrebbe essere amara quanto una birra da 30 IBU. Infatti ogni birra, come si diceva sopra, ha le sue caratteristiche ed una sua storia e perciò un residuo zuccherino che varia da stile a stile. Ed il luppolo usato in produzione serve principalmente a bilanciare questo residuo zuccherino.

Un po’ di casino vero? No, non preoccupatevi. Bisogna guardare agli ibu che normalmente spaziano nel valore 15-70. Ed in linea teorica, se una birra non è estrema, (nel contenuto alcolico o nelle fattezze) vale la regole del: maggiore sono gli ibu, maggiore sarà il grado d’amaro percepito.

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IBU birra e percezione dell’amaro

Quando si parla di amaro nella birra, prima o poi saltano fuori gli IBU. Li troviamo in etichetta, nelle schede prodotto, nei siti dei birrifici. Ma cosa sono davvero gli IBU nella birra? E soprattutto: ci dicono davvero quanto una birra sarà amara?

Per capirlo bisogna fare un passo indietro e tornare alle basi.

La birra nasce da quattro ingredienti fondamentali: acqua, malto, lievito e luppolo. Ed è proprio il luppolo che entra in gioco quando si parla di amaro, ma non solo. Il suo ruolo è molto più ampio e, per certi versi, ancora sottovalutato.


Il luppolo nella birra: cos’è e cosa fa davvero

Il luppolo è una pianta rampicante perenne appartenente alla famiglia delle Cannabaceae, nota per le sue infiorescenze femminili utilizzate nella produzione della birra.

Questi fiori, chiamati coni, vengono raccolti generalmente tra fine agosto e settembre e poi essiccati. Un momento che, per chi lavora nel settore, ha qualcosa di molto simile a una vendemmia.

All’interno dei coni si trova la luppolina, una sostanza resinosa fondamentale: è qui che si concentrano le componenti che danno alla birra amaro, aroma e anche una certa stabilità nel tempo.

Una volta essiccato, il luppolo può essere utilizzato in diverse forme. Nella birra artigianale si usano soprattutto coni o pellet, mentre nella produzione industriale si ricorre più spesso agli estratti, per una questione di efficienza e resa.


A cosa serve il luppolo nella birra

L’utilizzo del luppolo non è sempre stato scontato. In passato si utilizzavano miscele di erbe e bacche per conservare la birra e modificarne il sapore. Con il tempo, il luppolo si è imposto come la soluzione più efficace.

Il motivo è semplice: la luppolina contiene resine con proprietà batteriostatiche. Questo significa che non eliminano i batteri, ma ne rallentano la crescita, contribuendo a preservare la birra ed evitando che si acidifichi troppo velocemente.

Ma non è solo una questione di conservazione.

Il luppolo serve anche a bilanciare il gusto. Senza la sua componente amaricante, molte birre risulterebbero eccessivamente dolci, quasi stucchevoli. È proprio questo equilibrio tra dolce e amaro a rendere la bevuta più piacevole.
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Da dove nasce l’amaro della birra

L’amaro della birra deriva dagli alfa-acidi contenuti nella luppolina.

Durante la bollitura del mosto, questi composti subiscono una trasformazione chiamata isomerizzazione: in pratica, il calore ne modifica la struttura rendendoli percepibili al palato.

È in questo passaggio che si definisce buona parte del carattere amaricante della birra. Non è qualcosa che si aggiunge alla fine, ma un elemento che nasce durante il processo produttivo

 

 


Perché la birra è (anche) amara

A questo punto viene spontaneo chiedersi: perché la birra deve essere amara?

La risposta sta nella varietà degli stili. Non esiste un’unica birra, ma tante interpretazioni diverse. Ci sono birre morbide e maltate, come la nostra Casanova dove l’amaro è appena accennato, e birre molto più spinte, dove il luppolo è protagonista come la Mobster

In tutti i casi, però, il suo ruolo resta lo stesso: bilanciare.

Durante la fermentazione, infatti, rimane sempre una parte di zuccheri non trasformati. Se non ci fosse il luppolo a contrastarli, la birra perderebbe equilibrio. L’amaro serve proprio a questo: rendere la bevuta più armonica, più pulita, più completa.

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Cosa sono gli IBU nella birra

Ed è qui che entrano in gioco gli IBU.

Gli IBU, acronimo di International Bitterness Units, sono l’unità di misura utilizzata per indicare l’amaro della birra. Più precisamente, misurano la concentrazione di iso-alfa-acidi presenti in un litro di birra finita.

In linea teorica, quindi, più alto è il valore degli IBU, maggiore sarà l’amaro.

Ma solo in teoria.


Gli IBU indicano davvero quanto è amara una birra?

Non sempre.

Può capitare che una birra con 80 IBU risulti equilibrata e bevibile quanto una da 30. Questo perché l’amaro non è solo una questione di quantità, ma di percezione.

E la percezione dipende da molti fattori: il corpo della birra, il grado alcolico, il residuo zuccherino, lo stile. Tutti elementi che interagiscono tra loro e influenzano il risultato finale.

Per questo motivo, gli IBU vanno letti come un’indicazione, non come un valore assoluto.


Come interpretare gli IBU

Per orientarsi, si può comunque fare riferimento a una scala indicativa.

Generalmente, gli IBU nelle birre si muovono in un intervallo tra 15 e 70. Nelle birre più “standard”, senza eccessi particolari, vale una regola semplice: all’aumentare degli IBU aumenta anche la percezione dell’amaro.

È una semplificazione, ma utile per farsi un’idea.


In conclusione

Capire cosa sono gli IBU nella birra è un buon punto di partenza per leggere meglio ciò che si beve.
Ma l’amaro non è un numero scritto in etichetta. È il risultato di un equilibrio tra ingredienti, processo e stile.
Per questo, più che fermarsi agli IBU, vale sempre la pena fare una cosa: assaggiare.

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